gocceblucobalto

questo, non sono io

L’avevo detto in un precedente post di quanto mi fossi stufato di certi miei atteggiamenti alla fin fine falsi. Di quanto avessi raggiunto un limite di sopportazione oramai intollerabile e di quanto ci stessi male. Probabilmente se qualcuna delle persone che frequentavo leggerà queste cose non capirà. Non mi stupirei. non importa.

Tutto ha acquisito un senso più forte dopo aver visto “wanted” quell’americanata di film con Angelina Jolie.

La scena finale del film è questa:

da allora ha cominciato a martellarmi in testa quella frase: “questo non sono io”.

E i sono ritrovato a dire della mia vita la stessa cosa:

questo non sono io, che fa sorrisi quando non vorrebbe e ingoia bocconi amari pur di non stare solo con gente insulsa da cui vorrebbe stare a 100 km di distanza, che ascolta passivamente cattiverie e l’odio dei mediocri.

Questo non sono io, che fa una vita mediocre che non gli appartiene con la paura di guardare in faccia un futuro che non esiste perché è tutto da costruire.

Questo non sono io, che ha paura di qualsiasi cosa e di osare a prendere decisioni, a far valere le sue ragioni, ad andare contro le ingiustizie che subisce passivamente.

Questo non sono io, che ha perso ogni fiducia nel futuro e da ascolto ai falliti che non sono capaci di osare e li usa come zavorra per andare ancora più a fondo.

Questo non sono io, che aspetta gli altri altrimenti se ne sta mani in mano come un bambino che aspetta la mamma o il papà. Che ha una paura folle persino di tuffarsi in acqua al mare quando ci sono un paio di cavalloni o di fare un sorriso ad una ragazza.

Questo non sono io perché io sono molto di più. Io posso essere di più perché sono cosciente che io posso fare. Che faticando posso costruire. Io ho visto è facile non far nulla, vivere nell’inerzia e quindi so quanto è difficile andare avanti a costruire. Però c’è paura per cose che non ho mai fatto.

Ma ho deciso che questo non sono io e non sarò mai più. Ho deciso la mia strada e un giorno che si avvicina sempre più potrò ergermi a gambe larghe e a testa alta dicendo :” questo sono io. E questo dinnanzi a me è ciò che ho costruito”


in verità non mi frega nulla

Disagio.

La verità è che provo sempre più disagio. Non riesco più a nascondermi certe cose. Prima cercavo di pensare ad altro, di cacciarle dalla mia testa di dirmi che era un momento passeggero. Per un certo periodo riuscivo a farmene una ragione, riuscivo persino a conviverci; male. Malamente le gestivo e divenivano prova e manifesto del masochista che non sono. mi piacesse allora sì! ma così è solo sinonimo di stupidità. O meglio lo era. Quando certe situazioni, quelle che io affogavo in “mare” tornavano a galla mi sentivo stupido. mi sentivo un vero idiota e mi odiavo con tutto me stesso e invece di imparare da questi errori buttavo di nuovo tutto “a mare” per vergogna, per celarli agli altri ma soprattutto a me stesso. In questi anni di “cadaveri” e relitti c’ho riempito il mare della mia mente. Oramai non posso più affogarle, sono stanco e stufo di sapere che è solo questione di tempo e torneranno a galla a ricordarmi tutto, a dirmi beffardamente “coglione, coglione!”

Basta… “sono troppo vecchio per queste stronzate!” (scopri la citazione). Voglio cambiare, è ora di cambiare. Non so di preciso dove e come ma c’è la voglia di NON fare più così. Non è granché come inizio ma è pur sempre un cambiamento e per i miei standard direi anche abbastanza epocale.

La verità che non mi posso più nascondere è che certe cose mi hanno stufato. Mi son stufato di frequentare certi social network, mi son stufato di sapere cosa fanno persone perfettamente sconosciute che non vedrò mai e che alla fine non gliene frega un cazzo di me. Ma è reciproco, solo che se dico io per primo che non mi frega nulla son cafone, frustrato e merito la gogna. Se lo dicono loro guai a rispondere così. Anche questo comportamento m’ha stufato. Mi hanno stufato le “operazioni simpatia”, mi hanno stufato i sorrisi falsi, le lunghe liste di contatti e la gente che ti chiede l’amicizia su facebook solo per farsi i cazzi tuoi e guai a sapere i suoi (ma che faranno poi di così interessante…) Basta non per ripicca, non per malignità od invidia. Basta solo perché ho avuto il coraggio di pormi la domanda che ognuno si dovrebbe fare. A volte bisogna trovare un po’ di coraggio per chiedersi :” ma a te frega veramente?” Quando ti rispondi no e inizi a cancellare i contatti è un po’ una scommessa. La paura è tanta perché magari c’è chi ti ha veramente preso in simpatia anche se poi non si fa vedere e sentire mai. Poi c’è chi si accorge che lo hai segato solo perché gli si è abbassato il numero di amicizie ( o si è iscritto ad uno di quei patetici servizi per sapere chi l’ ha accannato)  chi invece manco se ne accorge.

Quando cancello noto sempre una ridondanza: non cambia nulla. Avere o togliere quei contatti non ha cambiato di nulla la mia vita: nessuno squilibrio cosmico, nessuna perturbazione nella “forza” che toglie il sonno a Luke. Niente è cambiato, son sempre io e lì capisco che non ho perso nulla perché non avevo guadagnato nulla. Anzi sì: ho perso una lista di contatti con cui non parlavo più, una lista di feed che scrivevano cose che a me non interessavano. Magari geniali che cambieranno il mondo ma se a me non me ne frega una mazza che le tengo a fare? Ho perso anche quella parte di me che cercava facili amicizie in rete e che tanto mi hanno disilluso ma magari sono sbagliato io e poi anche l’amicizia mica è tanto facile. Non sono capace di essere amico ma son fatto così, non è colpa mia se non sono come mi vorreste, se non sono utile. Pazienza. In fondo non è colpa di nessuno, non più. Dopo un anno in “io e l’aborigeno non se dimo mai un cazzo ” (cit.) mi sono accorto che che ho imparato ad essere più sincero con me stesso. Forse più egoista? Forse ma non lo erano anche quelli che mi seguivano come contatti e poi non leggevano mai ciò che scrivevo? Beh cari, io almeno ho imparato la sincerità! E me ne vanto. Sarà da stronzo e allora mi vanto di esserlo perché se essere stronzi è il primo passo per migliorarsi allora ben venga. Poi passerà, forse. Intanto sto imparando a mentirmi di meno e il “mare” si sta pulendo. E questo solo perché non mi mento più.



l’alba del carattere

Ripensare a 13-14 mesi fa. Tornare alla mente al periodo in cui non avevo aspettative per il futuro. In cui non dormivo la notte ossessionato dai fantasmi della vita che non avrei mai avuto ma solo sognato come qualcosa di proibito e impossibile da realizzare. Temere i miei difetti, la gente e soprattutto il giudizio altrui.

Tornare col pensiero a come ero e come sono. cosa è cambiato nel frattempo? Nulla e tutto verrebbe da dire: son sempre qui con un paio di esami di meno e quasi un altro pronto. Son solo un anno più vecchio e faccio la solita vita. In realtà solo superficialmente sono così e solo chi è superficiale non può notare la differenza. Sto imparando ad esigere, sto imparando ad amare me stesso, sto imparando a vantarmi di ciò che so fare bene e solo di quello e quel poco che mi viene bene che dio mi fulmini se non mi viene bene! Non sto diventando vanesio, non sto diventando egoista non sto diventando infantile. Sto diventando me stesso, sto imparando ad amare una persona che ho sempre odiato, che mi hanno insegnato nel tempo ad odiare. Una persona che è sempre stata reputata sbagliata che ispirava simpatia ma anche compassione. Da cui non ti potevi aspettar nulla e che produceva grande stupore se si trovava una ragazza o se otteneva qualche risultato che in realtà non è granché ma siccome lo otteneva lui era un traguardo incredibile. ho insegnato agli altri a non aspettarsi nulla da me se non il minimo sindacale e a volte ho l’impressione che gli altri da me non si aspettassero granchè, anzi lo speravano. ero un punto fisso, qualcosa di immutabile. Un riferimento da cui si poteva misurare quanto si era migliorati rispetto al sottoscritto. forse incutevo anche un po’ di rispetto ma ero sempre un punto fisso, qualcosa di dignitoso ma non esaltante, qualcosa che come si muoveva un po’, cambiava un po’, generava un po’ di antipatia, un qualcosa che finché era buono e immobile andava bene perché rappresentavo il limite sotto il quale c’era da vergognarsi e sopra da ritenersi soddisfatti. Se io mi spostavo cambiava tutto. Mi sono reso conto di essere stato in bilico per tanto e la paura neanche tanto nascosta di essere stato io a volere tutto questo. Me ne sono accorto nel momento in cui ho iniziato a ricordare e il passato e mi ha svelato come ero, me ne sono reso conto nel momento in cui ho iniziato esigere rispetto dagli altri e devo dire che in quest’anno di persone che ” ti voglio bene” ma solo quando facevo quello che volevano, ne ho segate parecchie. Ho capito che senza di loro le cose sono cambiate: in meglio; meno arrabbiature, meno seccature e soprattutto meno ” ti voglio bene, accompagnami qui e lì”. Sto imparando a volermi bene; è difficile perché mi sono sempre odiato. Intanto diciamo che sto iniziando a frequentarmi e ad apprezzarmi. Spero presto di iniziare anche ad avere un po’ di stima.

Ho imparato a rispondere a tono, ho iniziato a mettermi in discussione e ho osato sognare. ma non sogni da bambino come essere un super eroe dei cartoni ma da uomo:di essere indipendente, libero e soprattutto adulto. Inizio a pensare seriamente ad una compagna, ad una famiglia non che la voglio ma che mi piacerebbe e se prima mi smontavo pensando che io non potevo permettermi una cosa simile adesso penso sia possibile che abbia una possibilità. non penso di meritarmela ancora ma in un futuro prossimo io potrò. sì, io potrò, non mi capiterà tra capo e collo ma sarà una mia scelta, una mia libera scelta, un mio desiderio, un sogno tramutato in realtà. basta inerzia, basta aspettare che certe cose capitino tipo grazia divina. Basta fatalismo totale. Non sono speciale non mi capitano le cose perché sono predestinato. capitano perché si incontrano per strada, sulla strada che si è scelti, sulla strada che si vuol fare e che si sta tracciando. Ho 34 anni e mezzo e tante possibilità me le sono precluse, non potrò avere la vita simile a quella di tanti miei colleghi, non potrò avere una famiglia simile a quella dei miei amici. La mia vita sarà differente. sarà consapevole, libera ma soprattutto mia. E ho paura. paura di questi stessi pensieri. Non c’è manuale di istruzione, non c’è una linea guida, ci sono io davanti all’oblio e nessun compagno o compagna d’avventura. Non un amico, una fidanzata a farmi coraggio. non una famiglia che anzi sto cercando di recuperare. c’è solo una terapia che ai saccenti, ma meglio saccenti femmine che conosco, appare come un altro modo per farmi plagiare e invece no perché l’unica cosa che mi si impone nella vita uotidiana è di osare. Vincere le paure che mi frenano dal fare ciò che “vorrei tanto ma è meglio di no, ho paura, ma dove vado….”. E le saccenti che fanno anche un po’ pena perchè non si preoccupano per me ma per il loro caro punto fisso che si sposta e che non le pone più così superiori rispetto a prima. Non sono più così indispensabili come pensano, anzi io paradossalmente lo ero perché la mia misera condizione le faceva sentir meglio perché io non ero come loro. Forse ora sì, pecco di presunzione ma nessuna, delle saccenti, ha mai fatto il contrario per dimostrarlo. Già in un post dell’anno scorso l’avevo detto: mettevo in discussione tutto, anche ciò che era ovvio. Ora no, ora sono più sereno, ora più consapevole ma la strada è lunga, forse molto tortuosa e forse neanche l’ho ancora iniziata. Forse mi allontano solo, sempre più, dal baratro in cui mi stavo per buttare, quel baratro che il mio medico chiamava depressione.

Io non so chi sarò domani, se sarò ricordato o sarò solo un numero nella conta degli esseri umani che hanno affollato il mondo, se contribuirò al genere umano oppure no ma la voglia di provarci mista alla paura della sfida, all’emozione del nuovo che ti toglie il fiato che al solo pensiero il cuore batte forte e ti senti vivo c’è . la voglia di rivendicare a me stesso il diritto di esistere per me stesso e solo per me stesso è sempre più forte. La voglia di vivere cresce e anche se non ne sono pienamente consapevole ogni giorno che passa ne sono un po’ più cosciente, un po’ più partecipe e anche se non lo penso lo so perché sento il mio cuore che batte, batte forte e me lo ricorda.


soffri, piangi in silenzio ma sorridi a tutti

Qualche anno fa prendevo sempre il caffè in un bar dove lavoravano 5 persone. Andandoci tutti i santi giorni due volte al giorno è normale che dopo un po’ ci si chiamasse per nome e si scambiassero quattro chiacchiere.
Tra le bariste c’era una ragazza di circa 35 anni molto alta, mora con gli occhi chiari e molto carina anche se la maggior parte del suo fascino risiedeva nel suo volto sempre illuminato.
Ogni giorno dispensava a tutti un “buongiorno!” detto di impeto, un “buona giornata” pieno di trasporto e tanti “bella”, “cara” e altri vezzeggiativi a tutte le ragazze giovani e meno giovani che passavano.
Una ragazza che conoscevo perennemente depressa, un giorno le chiese: “ma tu sei sempre sorridente!? ma come fai!? beata te!!”
La risposta lapidaria fu: ” mio marito mi ha lasciato senza nulla e ho una bambina piccola da crescere. Lei è la gioia dei miei occhi ma la vita è difficile e siamo sole. Se non mi faccio coraggio io come facciamo? Non posso far vedere a mia figlia come è la realtà poi piangerebbe e non voglio che pianga”.
La cosa mi atterrì: tanta spontanea falsità ma a fin di bene in una faccia sorridente e serena anche mentre parlava di questa cosa così malinconica e drammatica. Un volto senza la minima traccia apparente di dolore ma solo per chi non sapeva il suo segreto.
Rimasi ammirato davanti a questo gesto di altruismo e amore ma d’altra parte davanti a me c’era una donna profondamente sofferente che nutriva il suo spirito attraverso la felicità della figlia. Un cordone ombelicale immaginario al rovescio che sosteneva la madre dai turni al lavoro, i tanti impegni e il dover mantenere la sua piccola famiglia.
Di ragazze come lei ne ho conosciute alcune. Mi sono tornate tutte in mente con quell’episodio. Facce che non ricordavo e non ricordo più ma che da ombre silenziose quali sono nella mia testa hanno preso a parlare con le frasi che mi sono rimaste più impresse.
E queste frasi riportavano un ritornello di dolore, sempre lo stesso. Il ritornello che parlava di fingersi felici davanti agli altri per illudersi di esserlo davvero anche se ci si sentiva morti, senza stimoli per il futuro; un vero e proprio istinto alla sopravvivenza modificato per sostenersi dalle possibili domande della gente perché se hai problemi la gente,- vuoi per fin di bene o per malizia si deve impicciare, se sei felice vuoi per indifferenza o per invidia non gliene frega un cazzo.
A distanza di anni ho riconosciuto in loro persone molto sole in cui l’incapacità di volersi bene si esprimeva attraverso amori impossibili, autolesionismo e ricerca di passioni o stimoli per ubriacare i sensi sul momento.
A volte, ma anche spesso, provavo rabbia, forse perché un po’ mi ci ritrovavo in certi loro comportamenti, forse perché avevo paura di esser più simile a loro di quanto coscientemente immaginassi.
Forse perché da esterno tutta questa inerzia nel rimanere in quella situazione era senza senso anche perché di fatto la loro “ricerca” non era mirata alle cause della loro infelicità, non era alla scoperta di se stessi e di tutti i fattori che le avevano fatte divenire così aride
ma tutta concentrata nel trovare un compagno o nel fuggire lontano dal loro dolore come capendo implicitamente che era qualcosa attorno a loro che non funzionava ma senza fermarsi per modificarlo o combatterlo, anzi l’unica soluzione era spesso la fuga.
La ricerca di un partner: quasi spasmodica, quasi sempre al ribasso cercando di svendersi magari, accontentandosi e umiliandosi solo per non esser soli e sole. Compagno a volte padrone perché loro ce lo avevano eletto, insensibile o magari solo incapace di capire bene chi avessero davanti, spesso perché la loro “schiava” per scelta era ben felice di ricoprire quel ruolo pur di non esser sola. Ben felice di fingere di apparire diversa da quel che era per paura di non piacere e rimanere ancora sola, tradendo se stessi e alimentando l’infelicità dal vuoto della propria personalità deformata.Tutto per non combattere una “bruttura”, con il pensiero sicuro che essa “scompaia” dal mondo solo coprendola con un “telo” pesante. Un telo immaginario che copra gli occhi del cuore e così si pensa che impegnare la testa in qualcosa d’altro, costruire qualcosa assieme, anche se non lo si condivide,anche se non è la persona adatta o fare la crocerossina al disperato di turno faccia sentire meglio.
 Non è abnegazione ma solo paura di affrontare i propri problemi,”coprendoli” con un telo immaginario o facendo finta di non averli davanti. Ignorandoli dimostrando l’incapacità di essere se stessi fino in fondo con la paura di affrontare una strada per cui la maggior parte delle volte si è soli e in balia di mostri che spesso sembrano terribili ma sono solo sagome di cartone che nulla possono fare; come quando da bambini avevamo paura della giacca appesa all’attaccapanni e che alla penombra della notte pareva un mostro terribile appollaiato d’innanzi a noi.
Questo inganno a volte dura poco perché ci si rende conto che non va, a volte si continua per tanto tempo sempre sul filo del rasoio o a volte crolla come un castello di carte. L’illusione dura finché non vogliamo toccare con mano ciò che pensiamo di vedere e la delusione è ancora più grande. A volte ci si accorge di aver intrapreso una strada seguendo il miraggio della felicità che ci ha portato in lande ancor più terribili di dove si è partiti e si è di nuovo soli e tristi; ancor più smarriti. Quelle terre si chiamano depressione.
E tutto parte dall’illusione, dal non voler vedere e accettare certe cose perché l’accettare è una decisione difficile, è una decisione matura. Soprattutto al giorno d’oggi dove prevale un egoismo individualista in cui ogni persona è importante anche se non lo è affatto. Ogni persona rivendica il suo diritto ad un piccolo olimpo di venerazione e la prova sono i tanti che abusano dei social network, che urlano al mondo la loro disperazione e la loro solitudine  in una smania da post, in una ansia di far sapere al mondo cosa fa, come vive anche se non fa nulla di eccezionale.
non c’è la voglia di migliorarsi perché non si percepisce la mediocrità, si litiga davanti all’abbozzo di un confronto di idee, si litiga o se la si prende davanti ad una parola sbagliata senza chiedere spiegazioni, si è sempre sulla difensiva e si attacca per non sentire la propria mediocrità indosso.
Così è sempre stato; bisogna guardarsi dai lupi, dai nemici, da tutto ciò che vada contro il nostro pensiero sublime, romantico e geniale anche se non è sublime, non è romantico, non è geniale. Ma nessuno lo ammetterà mai perché viene da noi stessi e anche se detto quasi senza pensare solo perché detto con convinzione pensiamo che cosa più divina non possa esser detta perché è nostro, è detto da noi che siamo umani, abbiamo un cuore che batte e facciamo parte del mondo e dobbiamo esser qui per qualcosa di importante e non per restare mediocremente a calpestare il terreno. E chi pensa il contrario è solo invidioso e frustrato.
Non manca la modestia la giorno d’oggi perché di falsa modestia ce n’è fin troppa. Manca l’umiltà, quella vera, di capire che non si è così eccezionali,che non si nasce imparati e che siamo tutti parte di un qualcosa. Con un confronto azzardato direi che manca l’idea del superuomo di Nietzche. Tutti invece sono superuomini di loro stessi, tutti sono dei in terra; abbonda la vanità, abbonda la cupidigia abbonda la paura di non contare nulla che si combatte illudendosi di contare troppo. Abbonda una cosa che a guardandosi indietro nei secoli non è mai mancata.


l’insostenibile peso di una foto

un po’ di tempo fa mi è stata chiesta una cosa che detta così sembrerebbe nulla di che: cercare tra le foto di famiglia una o più foto che significhino qualcosa per me.

Sul momento ho pensato che fosse una seccatura, dover chiedere dove fossero stipate, dover vedere quelle quattro foto di cui serbavo il ricordo e che reputavo insignificanti. No, decisamente una rottura di scatole.

Convinta mia madre a farmi dare due scatole di scarpe piene di foto scattate con fotocamere usa e getta raccattate come nella tradizione più pulciara della mia famiglia da riviste o in offerta da qualche ottico, è iniziata, con l’apertura di quel coperchio marroncino chiaro, la mia ricerca.

La mamma, anch’essa come nella sua migliore tradizione, vicino a me ad impicciarsi ed a curiosare. Ogni foto che prendevo, ogni foto che toccavo la comentava, la guardava e mi diceva chi erano le persone ritratte quando non vi riconoscevo facce familiari.

Non pensavo che una foto potesse farmi provare una emozione simile. In questo sto rivalutando molto l’importanza del mezzo fotografico e l’importanza della “realtà” in certi ambiti e solo in quelli.

Mentre guardavo quel passato di cui tenevo un misero ricordo mi sentivo dentro come se avessero fatto defluire l’acqua da una palude e mano a mano uscivano fuori cose sommerse. Il tonfo nel passato c’è stato ed è stato sia di culo che di testa. Non trovo un modo diretto per descrivere cosa ho provato se non con la solita e banale metafora del pavimento che manca sotto i piedi e di un buco nero che m ingoia. Mentre sfogliavo le foto mi veniva un groppo alla gola e mi facevano male gli occhi, preludio alle lacrime. Ho faticato molto per trattenermi perché non ero solo ma più sfogliavo quelle foto e più mi sentivo male. Un male quasi fisico e non nascondo che ho dovuto rimetterle a posto in tutta fretta perché non so quanto avrei resistito.

Guardare quelle immagini, quelle persone, alcune delle quali non ci sono più e soprattutto guardare me anni fa, mi ha come aperto un baratro sotto i piedi. Le immagini hanno cominciato in alcuni casi a divenire anche suoni mentre prendevano a muoversi facendomi ricordare momenti, spezzoni di vita anche felici. La mia infanzia che a 6 anni è brutalmente cambiata. Un sorriso che non mi riconosco più e non pensavo d’aver mai avuto.

In quelle foto la cosa che più mi ha fatto male è l’aver visto una famiglia che non è la mia, non più, momenti di spensieratezza anche se alcune volte fittizi perché in foto si sorride sempre per regolamento.

Non sono riuscito a continuare a vedere quelle foto in cui persino sorridevo a mio fratello e lui ricambiava.

Inutile dire che da allora non ho più portato a termine questo esercizio e mi è stato imposto di finirlo. Mi è stata accennata l’importanza e mi è parso di capire che la mia reazione è nella norma ed è fondamentale che riprenda quelle scatole e mi metta a spulciare, a vedere, a ricordare.


C’è vita in questa testa

Mesi fa ho giocato quello che ho definito sempre come “il jolly”. Mi è pesato ma erano anni che rimandavo e arrivato al limite della sopportazione ho capito che così non poteva andare avanti. Il motivo scatenante è stata lei. La ragazza che ho menzionato nei precedenti post. No, non è lei in se, è solo la punta di un iceberg bello grosso che ha continuato a crescere ed a diventare pericoloso finché non è divenuto ingestibile. Arrivare al punto di mettere in dubbio i propri pensieri e le proprie idee quando persone stressate o palesemente di parte prendevano le difese ora di questa o di quella cosa mi ha fatto capire che non ero più padrone di me stesso. Non ero più in grado di riflettere con un minimo di serenità ma soprattutto avevo perso la mia capacità di giudizio e la metafora dell’ essere alla deriva è stato quanto di più calzante avrei mai potuto trovare. Dopo anni in cui ho raggiunto il culmine, in negativo, della mia bassezza mentale e soprattutto dell’autoumiliazione ho deciso di chiedere aiuto perché da solo non ce la facevo. Così ho iniziato ad andare da uno psicologo e devo dire che sono stato fortunato. Non vado lì per sfogarmi ne lui per sentire le mie lagne. Ogni domanda è mirata e ha lo scopo di svelare il perché di certi miei comportamenti, pensieri e soprattutto di quella strada che mi ha portato dove sono ora. La mano è più veloce dell’occhio si diceva nei giochi di prestigio e il cervello è più veloce della domanda, quando si ha un minimo di rilassatezza per riuscire di nuovo a ragionare. Appurato che sono malato o difettoso se si preferisce così, sò che la strada da percorrere è lunga ma mi è sconosciuta la difficoltà. Sicuramente è una strada che faremo in due: io e il mio terapista fianco a fianco. Anche perché il nostro è un lavoro basato sul reciproco supporto: lui mi può aiutare solo se io lo aiuto; quindi massimo impegno e sincerità verso di lui e verso me stesso. La mia testa come un motore rotto dove non si capisce in che punto, alcuni ingranaggi sono difettosi. In verità qualche risultato l’ho già ottenuto: sto riprendendo la mia capacità critica che per quanto detto così sembri che io sia solo capace di rompere l’anima al prossimo puntificando, in verità vuol dire che sto ricominciando a giudicare con la mia testa e non tramite quella degli altri. Sto RIcominciando a dare il giusto peso ai miei pensieri, anche se spesso vanno contro quelli degli altri. In questo sto cercando anche di imparare a esprimerli al meglio: bocca e cervello ancora non hanno una buona interfaccia. Sto incominciando a desiderare, cosa che non facevo più da molto ma soprattutto ad osare che è la cosa più importante. Per chi leggerà può sembrare che ciò che dico sia talmente ridicolo da non meritare neanche tutta questa attenzione. Ebbene se non ci siete passati non sapete cosa vuol dire annullare se stessi. Se non ci siete passati non sapete quanta fatica può essere riprendere le redini della propria vita. E alcuni effetti si stanno concretizzando con un allontanamento da certi social network dove prima ci perdevo tempo alla disperata ricerca di amicizie fittizie e anche qualcosa di più profondo. Ho iniziato a fare quelle che il terapista chiama pulizie di primavera, ho iniziato a cancellare tanta di quella gente che mai avrei reputato possibile. Ho iniziato a chiedermi se c’era un rapporto vero con queste persone, se si poteva condividere qualcosa o se erano solo caratteri digitali scritti e letti per il pubblico desiderio di impicciarsi. La verità, che inizialmente è stata più una scommessa che mi pareva di perdere in partenza è stata che nulla è accaduto. Cancellare queste persone è stato uguale al tenerle. Nulla è cambiato quindi non ho perso nulla. Anzi ho guadagnato qualche certezza. Non aspiro a staccarmi totalmente dalla rete, alla fine alcune cose sono divertenti ma sicuramente aspiro a non esserne più così drogato perché la rete non è vita. Ho sempre pensato che scriversi attraverso un monitor fosse una carta vincente perché si diventa immateriali, si diviene una anima in cui non si ha più il vincolo del corpo che funge da giudizio e da vincolo. In realtà ho scoperto che scrivere fa perdere la genuinità perché si ha tempo per scrivere, si ha tempo per correggere e così si perde la carica di schiettezza e spontaneità che si può avere nel faccia a faccia. Ci si maschera di una possibile falsità che a volte diviene tristemente reale. E so che più mi renderò conto di queste cose e più la mia vita digitale diverrà impopolare. Anche in questo c’è molto da fare perché ora vedo tante cose con occhi differenti e non sempre ciò che penso è giusto. Non sempre ciò che dico è esente da difetti, anzi a volte mi tocca rifletterci su parecchio e dimostrarmi se quell oche penso è solo una mia cattiveria affetta da suocerite oppure un pensiero intelligente che sorge natio come l’acqua di fonte. E aggiungo che non mi interessa se qualcuno o qualcuna smanierà per dirmi che ciò che ho scritto mostra il fianco a mille critiche; ho omesso tanti ragionamenti e non devo dimostrare nulla a nessuno se non a me stesso e anche in questo sto cambiando: inizio sempre più a fregarmene dello sbiadito giudizio di certa gente che anche di troppo credito gode. Qui in rete naturalmente.


Una goccia di tempo non basta

Non ho dimenticato questo mio posto “segreto”. ho poco tempo ma con le vacanze tornerò a scrivere. Troppe cose sono accadute, diverse positive.


l’indice verso la stella più luminosa

Supererò tutto.

Soprattutto me stesso.


Un piccolo sorriso di compiacimento

Forse ho imboccato la strada giusta. Il viaggio sarà lungo ma l’essermi ritrovato stupito per una mia reazione che francamente non mi aspettavo mi ha rinfrancato.


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